Sei suicidi in cinque mesi nelle carceri pugliesi. Quattro soltanto nel carcere di Lecce
I numeri pubblicati dal Quotidiano di Puglia riportano l’attenzione su una situazione che da tempo viene segnalata dagli operatori del settore: la Puglia registra oggi il più alto tasso di sovraffollamento carcerario d’Italia, con 4.689 detenuti presenti a fronte di una capienza regolamentare di circa 3.000 posti e un indice medio di affollamento del 156%.
In alcuni istituti il numero delle persone detenute supera addirittura il doppio dei posti disponibili.
A questo quadro si aggiungono le denunce relative alla carenza di personale, alle difficoltà nell’assistenza sanitaria e all’insufficienza del supporto psicologico per le persone più fragili.
Ma dietro ogni statistica c’è una domanda molto concreta:
quando una persona muore in carcere, lo Stato ha fatto davvero tutto il possibile per proteggerla?
Chi si trova detenuto è affidato alla custodia dello Stato. Per questo motivo le istituzioni hanno l’obbligo di garantire condizioni compatibili con la tutela della vita e della salute.
Quando emergono carenze organizzative, omissioni nella vigilanza, ritardi negli interventi o mancate misure di assistenza, i familiari possono avere diritto ad avviare un’azione per l’accertamento delle responsabilità e, nei casi previsti dalla legge, per ottenere il risarcimento dei danni.
La domanda da porsi non è soltanto come è morto un detenuto.
La domanda è se quella morte poteva essere evitata.
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